
Umanesimo e intelligenza artificiale sembrano appartenere a due epoche lontanissime. Il primo richiama il Rinascimento, i classici, la centralità dell’uomo; la seconda algoritmi, automazione e macchine capaci di svolgere compiti che fino a poco tempo fa consideravamo esclusivamente umani. Eppure proprio l’espressione “umanesimo tecnologico” sta acquistando spazio nel linguaggio con cui cerchiamo di raccontare il futuro dell’intelligenza artificiale.
La formula è tornata sotto i riflettori anche nel dibattito di questi giorni sulle regole globali per l’IA, dove viene utilizzata per esprimere un principio apparentemente semplice: la tecnologia dovrebbe rimanere al servizio delle persone e non trasformare l’essere umano in un elemento secondario del processo.
Per capire perché l’accostamento sia così efficace bisogna però partire dalla parola umanesimo. Storicamente indica il grande movimento culturale sviluppatosi soprattutto in Italia tra Trecento e Quattrocento, fondato sulla riscoperta dei testi classici e su una nuova attenzione per l’uomo, le sue capacità e la sua esperienza. Il termine deriva naturalmente da umano e rimanda alle humanae litterae, gli studi dedicati alla formazione culturale dell’uomo.
Nel corso del tempo, però, “umanesimo” ha superato i confini della sua epoca storica. La parola ha cominciato a indicare anche una concezione che attribuisce particolare valore alla persona, alla sua dignità, alla libertà e alla possibilità di sviluppare pienamente le proprie capacità.
È proprio questo significato più ampio a permettere oggi un incontro che qualche secolo fa sarebbe stato impensabile.
Aggiungendo l’aggettivo tecnologico, infatti, la parola entra direttamente nel XXI secolo. L’umanesimo tecnologico non è un nuovo Rinascimento in senso storico, né significa semplicemente utilizzare tecnologie che fanno bene all’uomo. È piuttosto una formula con cui si cerca di affermare che l’innovazione dovrebbe essere pensata partendo dalle esigenze e dai valori umani.
L’espressione acquista particolare forza quando viene applicata all’intelligenza artificiale. Per molto tempo il progresso informatico è stato raccontato soprattutto attraverso le capacità delle macchine: computer più veloci, programmi più potenti, quantità sempre maggiori di dati. Con l’IA generativa e i sistemi capaci di agire con crescente autonomia, il vocabolario sta cambiando. Le domande non riguardano più soltanto ciò che una macchina può fare, ma ciò che dovrebbe fare, per chi dovrebbe farlo e quali decisioni dovrebbero invece rimanere nelle mani delle persone.
È in questo spazio che una parola antica come umanesimo trova una sorprendente seconda vita.
Non è nemmeno l’unico caso. Attorno all’intelligenza artificiale stanno diventando comuni termini come fiducia, responsabilità, autonomia e allineamento. Sono parole che non appartengono originariamente all’informatica: descrivono relazioni, comportamenti e valori umani. Il fatto che vengano utilizzate sempre più spesso per parlare di macchine racconta qualcosa di importante sul momento che stiamo attraversando.
Anche umanesimo tecnologico nasce da questa necessità linguistica. Quando una tecnologia comincia a toccare attività considerate profondamente umane, il linguaggio tecnico da solo non basta più. Servono parole che permettano di discutere di responsabilità, libertà, creatività, lavoro e decisioni.
L'accostamento contiene inoltre una tensione interessante. Umanesimo porta immediatamente verso l'uomo; tecnologico verso gli strumenti costruiti dall'uomo. Mettendoli insieme, l'espressione suggerisce che il punto decisivo non sia scegliere tra persone e tecnologia, ma stabilire quale relazione debba esistere tra le due.
Ed è forse questa la ragione per cui la formula appare particolarmente adatta al nostro tempo. Non perché offra da sola una soluzione ai problemi posti dall'intelligenza artificiale, ma perché sposta la domanda dalla potenza della macchina alla posizione dell'uomo.
Una parola che associamo al Rinascimento finisce così per essere utilizzata per parlare di algoritmi e intelligenza artificiale. È uno di quei piccoli paradossi che mostrano quanto il lessico sappia adattarsi ai cambiamenti: a volte, per nominare qualcosa di completamente nuovo, abbiamo bisogno di recuperare parole molto antiche.
Agentico: il termine nuovo che racconta un’IA più attiva e meno passiva Agentico è il termine che sta emergendo nel lessico dell’IA per descrivere sistemi che non si limitano a rispondere, ma organizzano azioni, usano strumenti e portano avanti compiti in più fasi. Una parola nuova e ancora instabile, ma già molto rivelatrice del modo in cui oggi raccontiamo l’intelligenza artificiale.
Umanoide: la parola della fantascienza che l’intelligenza artificiale sta portando nella vita reale Dai personaggi della fantascienza ai robot che entrano negli studi televisivi e nei luoghi di lavoro: cosa indica davvero il termine “umanoide” e perché non è sinonimo di robot, androide o intelligenza artificiale.| Dizy © 2013 - 2026 Prometheo | Informativa Privacy - Avvertenze |